Frank O. Gehry
L’architetto che ha trasformato la scultura in città

Frank O. Gehry e il plastico del LUMA Arles, Parc des Ateliers

Biografia di Frank O. Gehry (Toronto, 1929 – Santa Monica, 2025), l’architetto dell’iconico Museo Guggenheim di Bilbao, del nuovissimo Guggenheim Abu Dhabi e di tante altre celebri opere.

Nascere Goldberg, diventare Gehry

Frank Owen Gehry nacque il 28 febbraio 1929 a Toronto, Ontario, Canada, e morì il 5 dicembre 2025 a Santa Monica, California, Stati Uniti. Ma il suo nome originale era diverso: nacque come Ephraim Goldberg, e lui e sua sorella Doreen crebbero a Timmins, una piccola città mineraria nell’Ontario orientale, nella famiglia allargata dei Goldberg. Il padre Irving era un ex pugile che girava vendendo flipper e slot machine.

La famiglia era di origini ebraiche polacche, e quell’identità avrebbe pesato sulla sua vita per decenni. Il giovane Ephraim subì angherie e aggressioni fisiche da ragazzo a Toronto perché era ebreo. Sua moglie, in seguito, temette che anche i loro figli ne soffrissero, e lo convinse a cambiare il cognome. Così Goldberg diventò Gehry, ed Ephraim diventò Frank — due trasformazioni di nome che riflettevano, simbolicamente, la volontà di reinventarsi senza cancellare le proprie radici.

Il seme dell’architettura fu piantato in un posto insospettabile: i ricordi d’infanzia più importanti di Gehry erano legati ai pomeriggi trascorsi sul pavimento della cucina con la nonna Leah, che spargeva pezzi irregolari di legno sul pavimento e si sedeva con lui a costruire edifici immaginari, ponti e persino intere città. Anni dopo, quella stessa propensione — costruire mondi con materiali di scarto — sarebbe diventata il marchio di fabbrica di uno degli architetti più famosi del Novecento.

Da camionista all’università: la formazione

Nel 1947 la famiglia si trasferì a Los Angeles, dove il giovane Gehry trovò lavoro come camionista consegnando e installando angoli colazione nelle case. Non era ancora chiaro dove avrebbe trovato la sua strada. Alla University of Southern California, Goldberg studiò arte sotto il grande ceramista Glen Lukens, che lo invitò a incontrare il rinomato architetto Raphael Soriano, che stava progettando la sua casa. Quell’incontro è considerato il momento che orientò definitivamente il futuro Gehry verso l’architettura.

Studiò architettura alla University of Southern California dal 1949 al 1951 e nel 1954, e poi pianificazione urbana alla Harvard University dal 1956 al 1957. Harvard, però, non fu una parentesi felice: lasciò il programma perché frustrato dal modo in cui esso confliggeva con la sua visione artistica. Harvard gli conferì in seguito un dottorato honoris causa per i suoi risultati.

Gli anni dell’apprendistato: Parigi, Los Angeles, i grandi studi

Dopo la laurea, Gehry lavorò presso alcuni tra i più importanti studi professionali dell’epoca. Dopo aver collaborato con Victor Gruen a Los Angeles e con André Remondet a Parigi, fondò il proprio studio, Frank O. Gehry & Associates, nel 1962, e il suo successore, Gehry Partners, nel 2002.

L’anno a Parigi fu fondamentale. Durante il periodo europeo studiò le opere di Le Corbusier e Balthasar Neumann, e fu attratto dalle chiese romaniche francesi. Erano semi culturali diversissimi tra loro — la modernità razionale del primo, la spiritualità massiva delle seconde — che si sarebbero fusi in un approccio architettonico impossibile da ridurre a una singola etichetta.

La casa di Santa Monica: il manifesto decostruttivista

Il momento che lanciò definitivamente la sua reputazione non fu una grande commissione pubblica, ma un intervento sulla sua stessa abitazione. Nel 1978 trasformò un modesto bungalow coloniale olandese in stile anni Venti al 22nd Street e Washington Avenue — oggi méta di pellegrinaggio per gli appassionati di architettura — suscitando polemiche tra i vicini di casa per il suo aspetto “incompiuto” fatto di compensato a vista, pareti di vetro inclinate e recinzioni industriali. Quella casa divenne però il presagio del decostruttivismo.

Gehry aveva essenzialmente smontato la casa a due piani fino alla sua struttura e poi vi aveva costruito attorno una cornice di rete metallica e acciaio ondulato, con protuberanze asimmetriche di barre d’acciaio e vetro. Era un atto quasi provocatorio: fare esplodere verso l’esterno le norme architettoniche incorporate in un normale bungalow.

I mobili di cartone e il linguaggio dei materiali poveri

Prima ancora del grande salto nell’architettura monumentale, Gehry esplorò il confine tra design e arte con un materiale inaspettato. Continuò quell’approccio sperimentale con due popolari linee di mobili in cartone ondulato: Easy Edges dal 1969 al 1973, e Experimental Edges dal 1979 al 1982. Sedie e tavoli costruiti con cartone ondulato compresso, resistenti come il legno, leggeri, economici — e collezionati dai musei di tutto il mondo.

Quella capacità di trovare dignità estetica nei materiali industriali e quotidiani — cartone, rete metallica, compensato, acciaio ondulato — non era una provocazione fine a sé stessa: era una dichiarazione di poetica. L’uso da parte di Gehry di acciaio ondulato, recinzioni in rete metallica, compensato grezzo e altri materiali “quotidiani” era in parte ispirato dal tempo trascorso da bambino nel negozio di ferramenta del nonno.

Il Pritzker e il riconoscimento istituzionale

Nel 1989, all’età di 60 anni, Gehry ricevette il massimo riconoscimento del settore, il Premio Pritzker per l’architettura. Era il coronamento di decenni di lavoro volutamente eterodosso — anni in cui aveva rifiutato sia i dogmi del Modernismo che quelli del Postmodernismo, costruendo una voce del tutto personale.

La critica d’architettura Ada Louise Huxtable scrisse in quell’occasione che il suo lavoro portava i risultati concettuali e tecnologici del Modernismo a una visione straordinariamente arricchita, caratteristica degli anni Novanta. Era una stima che guardava al futuro: i capolavori più celebri dovevano ancora essere costruiti.

Bilbao: il titanio che riscrisse l’urbanistica

Fu solo dopo il Pritzker — nella tarda sessantina, quando molti pensano al ritiro — che Gehry fu incaricato di progettare il Museo Guggenheim di Bilbao, in Spagna, completato nel 1997 e capace di proiettare la sua reputazione a livelli inediti.

La commissione nasceva da un’intuizione politica e culturale precisa: nei primi anni Novanta Bilbao era una città in declino industriale, e i suoi amministratori decisero di scommettere audacemente sulla cultura come catalizzatore di rigenerazione, collaborando con la Solomon R. Guggenheim Foundation e affidando il progetto a Gehry.

La sfida tecnica era senza precedenti. Per via della complessità matematica del suo design, Gehry decise di lavorare con un software avanzato concepito inizialmente per l’industria aerospaziale, il CATIA, per tradurre fedelmente il suo progetto nella struttura e per supportarne la costruzione. Per il rivestimento esterno dell’edificio, l’architetto scelse il titanio dopo aver escluso altri materiali e aver osservato il comportamento di un campione di titanio appeso fuori dal suo ufficio. Le circa 33.000 lamiere di titanio estremamente sottili conferiscono un effetto grezzo e organico, aggiungendo al colore del materiale variazioni a seconda delle condizioni meteo e della luce.

Il risultato fu clamoroso. Il leggendario architetto Philip Johnson lo definì “il più grande edificio del nostro tempo” quando aprì nel 1997. Il successo pubblico del progetto fu talmente grande che turisti e appassionati di architettura si riversarono nella piccola città di Bilbao per vedere il design di Gehry. Il museo di Bilbao è il principale esempio dell’uso degli architetti “star” per attirare visitatori a migliaia — da qui il termine “effetto Bilbao”.

Walt Disney Concert Hall: il capolavoro di Los Angeles

Se Bilbao era il manifesto internazionale, la Walt Disney Concert Hall di Los Angeles era il dono che Gehry fece alla sua città adottiva. Il palazzo dei concerti era la sede della Los Angeles Philharmonic, e Gehry lo progettò come uno degli spazi acusticamente più sofisticati al mondo, con pareti e soffitto rivestiti in legno di abete del Douglas.

Gehry descrisse la sua intenzione per il progetto come quella di creare “un salotto per la città”. Aprì nel 2003 e contribuì a rivitalizzare il centro di Los Angeles. Ma il cammino verso l’apertura fu tortuoso: il progetto superò il budget di oltre centosettanta milioni di dollari e diede origine a una costosa disputa legale. Era il prezzo, talvolta, della complessità visionaria.

La Walt Disney Concert Hall di Los Angeles progettata da Frank Gehry
La Walt Disney Concert Hall di Los Angeles progettata da Frank Gehry. Foto di Kansas Sebastian via Flickr (cc by-nc-nd 2.0)

Gli altri capolavori: un mondo ricoperto di acciaio

L’elenco delle opere che portano la sua firma è straordinario per ampiezza geografica e varietà tipologica. Oltre al Guggenheim Museum Bilbao in Spagna e alla Walt Disney Concert Hall a Los Angeles, Gehry Partners ha progettato la Fondation Louis Vuitton a Parigi, il Vitra Design Museum in Germania, il Weisman Art Museum a Minneapolis, l’Art Gallery of Ontario, il Jay Pritzker Pavilion al Millennium Park di Chicago, il MIT Stata Center, la Dancing House a Praga e l’8 Spruce a Manhattan, tra molti altri progetti notevoli.

Per la sua ristrutturazione del 2008 dell’Art Museum of Ontario a Toronto — la città natale — Gehry mantenne l’edificio originale del 1918 ma rimosse un ingresso artisticamente poco riuscito aggiunto negli anni Novanta. Sebbene il museo aggiornato mostri molti tocchi caratteristici di Gehry, un critico lo definì “uno dei design più delicati e padroneggiati di Gehry”. Era il progetto del ritorno alle origini, eseguito con la mano più leggera che potesse permettersi.

Premi, riconoscimenti e l’impegno sociale

Nel corso della sua lunga carriera, Gehry accumulò tutti i principali riconoscimenti del settore: il Premio Pritzker, la medaglia d’oro del Royal Institute of British Architects, il premio per la carriera degli Americans for the Arts, e il massimo onore del suo paese d’origine, la Companion of the Order of Canada. Nel 2016 il presidente Barack Obama gli conferì la Presidential Medal of Freedom.

Ma accanto alle commissioni monumentali, Gehry coltivò anche un impegno più silenzioso. Cofondò Turnaround Arts: California, un’organizzazione non profit che promuove l’educazione artistica nei distretti scolastici più poveri dello Stato. Trasformò un vecchio edificio bancario nella comunità di Inglewood, nel sud di Los Angeles, per creare una nuova sede per l’orchestra giovanile della Los Angeles Philharmonic (YOLA), e ha progettato alloggi per veterani senzatetto a West Los Angeles.

La morte e il lascito

Gehry morì il 5 dicembre 2025 nella sua casa di Santa Monica a causa di una breve malattia respiratoria, pochi giorni dopo la morte del suo amico di lunga data Robert A.M. Stern. Aveva 96 anni e stava ancora lavorando: al momento della sua morte erano in corso diversi suoi progetti a Los Angeles, Toronto, negli Emirati Arabi, a Parigi e a Londra.

Nato Ephraim Goldberg in una città mineraria canadese, morì Frank Gehry in una casa che lui stesso aveva trasformato in opera d’arte — l’architetto che, più di chiunque altro, aveva dimostrato che un edificio può essere al tempo stesso struttura abitabile e scultura pura, monumento alla funzione e alla libertà della forma.

Libri su Frank Gehry

Segnaliamo qui alcuni libri su Frank O. Gehry che sono acquistabili online su Amazon:

Copertina del libro "Building Art. Vita e opere di Frank Gehry"
Building Art.
Vita e opere di Frank Gehry

di Paul Goldberger
Safarà Editore (2018)
496 pagine
Copertina del libro "Frank O. Gehry" di Germano Celant
Frank O. Gehry
di Germano Celant
24 Ore Cultura (2012)
119 pagine
Copertina del libro "Frank O. Gehry. Tutte le opere"
Frank O. Gehry.
Tutte le opere

di Francesco Dal Co, Kurt W. Forster e H. Soutter Arnold
Mondadori Electa (2008)
612 pagine

» Altri libri su Frank Gehry

Foto

Foto in alto: Frank O. Gehry e un plastico del LUMA Arles, Parc des Ateliers.
Titolo originale: “Frank O. Gehry – Parc des Ateliers”.
By Forgemind ArchiMedia via Flickr (CC BY 2.0).

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