Peggy Guggenheim
La ribelle che salvò l’arte moderna

Foto di Peggy Guggenheim (1937)

Biografia di Peggy Guggenheim (New York, 1898 – Camposampiero, 1979), la celebre nipote di Solom R. Guggenheim che diede prima vita alla Guggenheim Jeune di Londra (1938), poi all’Art of This Century di New York (1942) e infine alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia (1951), che nel 1976 — tre anni prima della sua morte e quando non si chiamava ancora così (questo successe nel 1980) — donò alla Solomon R. Guggenheim Foundation.

Nata nel privilegio, segnata dalla perdita

Peggy Guggenheim nacque il 26 agosto 1898 a New York, figlia di Benjamin Guggenheim e Florette Seligman. Benjamin era uno dei sette fratelli che, insieme al padre Meyer — di origini ebraiche svizzere e tedesche — avevano costruito una fortuna familiare estrattiva e metallurgica tra le più grandi d’America. La madre, Florette, apparteneva alla famiglia Seligman, una delle principali famiglie bancarie di New York di origine ebraica. Peggy era dunque erede di due grandi lignaggi dell’alta borghesia ebraica americana, con tutto il peso di aspettative sociali che questo comportava.

Fu istruita a casa fino ai quindici anni, quando si iscrisse alla Jacobi School, un istituto privato femminile sul lato ovest di Manhattan. Ogni estate la famiglia viaggiava in Europa, e Peggy avrebbe poi attribuito a suo padre il merito di averle instillato l’interesse per l’arte.

Ma quell’infanzia si spezzò di colpo. Nell’aprile del 1912 il padre morì eroicamente a bordo del Titanic durante il suo viaggio inaugurale dall’Inghilterra agli Stati Uniti. Peggy aveva tredici anni. La perdita non fu solo affettiva: segnò anche il suo rapporto con il denaro, con il destino e con l’idea stessa di appartenere a una famiglia così potente. Benjamin Guggenheim non aveva accumulato la fortuna dei fratelli, quindi l’eredità di Peggy fu assai inferiore alla ricchezza dei cugini. Abbastanza però per garantirle una cosa più preziosa del lusso: la libertà.

La fuga dal conformismo e l’approdo a Parigi

Divenuta maggiorenne nel 1919, Peggy cominciò lavorando come commessa in una libreria d’avanguardia, la Sunwise Turn, dove si innamorò del mondo artistico bohémien. Era un primo passo fuori dalla gabbia dorata in cui era cresciuta. Dopo la laurea nel 1915, Peggy si era messa alla ricerca di una via d’uscita da quello che considerava un soffocante ambiente borghese ebraico.

Sposò lo scrittore Laurence Vail nel 1922 e adottò uno stile di vita bohémien. Si trasferì a Parigi nel 1930. In realtà il suo primo approdo parigino risaliva al 1920, ma fu con il matrimonio con Vail che si immerse davvero nel tessuto della vita intellettuale europea. Grazie a lui si ritrovò al centro della bohème parigina e della società americana in esilio. Molte delle sue conoscenze dell’epoca — tra cui Constantin Brancusi, Djuna Barnes e Marcel Duchamp — sarebbero diventate amici per tutta la vita.

La Parigi degli anni Venti era un laboratorio a cielo aperto: James Joyce scriveva l’Ulisse, Gertrude Stein teneva i suoi salotti, i surrealisti e i dadaisti ridefinivano i confini dell’arte. Peggy respirò tutto questo come aria, senza ancora sapere che un giorno ne sarebbe diventata una delle principali custodi.

La Guggenheim Jeune a Londra: la collezione prende forma

L’inizio della carriera di collezionista di Guggenheim risale al 1938, quando aprì la galleria Guggenheim Jeune a Londra e cominciò ad acquistare le opere degli artisti che vi esponeva. La galleria era fortemente influenzata dai consigli di Marcel Duchamp, che ne aveva curato la prima mostra dedicata a Jean Cocteau, e di Herbert Read, critico e teorico dell’arte. Il nome stesso era un omaggio alla Galerie Bernheim-Jeune di Parigi. Tra gli artisti ospitati ci furono Kandinskij, Henry Moore, Hans Arp, Alexander Calder e Anton Pevsner.

A causa delle difficoltà finanziarie e dello scoppio della guerra, questa prima avventura fu di breve durata e la galleria chiuse l’anno seguente. Ma Peggy non si fermò. Decise di usare il denaro accantonato per la galleria londinese per acquistare un’opera d’arte al giorno, continuando a comprare arte moderna in Francia fino a pochi giorni prima dell’ingresso dei tedeschi a Parigi. Fu una delle operazioni di salvataggio culturale più straordinarie della seconda guerra mondiale, compiuta quasi in sordina da una donna che si muoveva nel caos dell’Europa in fiamme.

Il ritorno in America: Art of This Century

Fuggita dall’Europa occupata, Peggy approdò a New York portando con sé una collezione di centinaia di opere. Qui compì il passo che avrebbe cambiato la storia dell’arte americana. La galleria Art of This Century aprì al 30 West 57th Street a Manhattan il 20 ottobre 1942. Progettata dall’architetto Frederick Kiesler, lo spazio divenne sia un luogo d’incontro che un nodo espositivo per gli artisti europei in esilio e i giovani americani emergenti, e come tale fu uno dei principali crogioli per l’emergere della Scuola di New York.

Dell’apertura Peggy scrisse:

Indossai uno degli orecchini di Tanguy e uno fatto da Calder, per mostrare la mia imparzialità tra l’arte surrealista e quella astratta.

Era la sintesi perfetta del suo approccio: ironica, personale, trasversale alle correnti, fedele solo alla qualità e all’audacia.

Tramite il suo fidato collaboratore Howard Putzel, Guggenheim cominciò a scoprire artisti americani. Divenne una dei primi mecenati di Jackson Pollock, fornendogli una stipendio mensile, la sua prima commissione e la sua prima mostra personale. Anche su consiglio di Marcel Duchamp e Piet Mondrian, i suoi consiglieri di fiducia, Guggenheim diventò la patrona di Pollock. Senza quella scelta — coraggiosa, controcorrente, quasi incomprensibile ai più in quel momento — il più grande pittore americano del Novecento sarebbe rimasto nell’ombra per chissà quanto.

Giovani artisti americani come Pollock e i suoi colleghi iniziarono a elaborare un linguaggio completamente nuovo che sarebbe stato chiamato Espressionismo Astratto. Art of This Century svolse un ruolo intermediario vitale nello sviluppo del primo movimento artistico americano di importanza internazionale. La galleria fornì patrocinio e supporto finanziario cruciale anche a Lee Krasner, Robert Motherwell e molti altri.

La Biennale di Venezia e il ritorno in Europa

Nel 1947 Guggenheim tornò in Europa, stabilendosi infine al Palazzo Venier dei Leoni sul Canal Grande a Venezia. L’anno successivo espose la sua collezione alla Biennale di Venezia, presentando per la prima volta in Europa opere di artisti americani come Jackson Pollock e Mark Rothko.

La presenza di arte cubista, astratta e surrealista rese il padiglione il più coerente panorama del Modernismo mai presentato in Italia fino ad allora. Il padiglione greco — la Grecia era in guerra civile e non poteva allestire la propria mostra — divenne per un’estate la vetrina più importante dell’arte contemporanea mondiale.

Il Palazzo e la vita veneziana

Peggy acquistò il Palazzo Venier dei Leoni, un edificio settecentesco incompiuto sul Canal Grande, dove trascorse il resto della sua vita. La struttura bassa e orizzontale — unica tra i palazzi del Canal Grande — era quasi un’anomalia architettonica, un’incompiuta che Peggy aveva trasformato in casa, museo e manifesto di vita alternativa.

A partire dal 1951, Guggenheim aprì la sua casa e la sua collezione al pubblico gratuitamente, tre pomeriggi alla settimana da Pasqua a novembre, e continuò a farlo fino alla morte nel 1979. Nel 1950 organizzò la prima mostra europea di Pollock all’Ala Napoleonica del Museo Correr di Venezia. Successivamente la collezione viaggiò a Firenze, Milano, Amsterdam, Bruxelles e Zurigo.

A Venezia divenne una celebrità, nota per i suoi occhiali a farfalla disegnati da Edward Melcarth, che indossava ovunque mentre navigava la città sulla sua gondola privata in compagnia dei suoi cani. Era diventata parte del paesaggio veneziano tanto quanto i suoi amati Tintoretto e Tiepolo — una presenza eccentrica, irriducibile, definitivamente fuori dai codici del decoro borghese da cui era fuggita decenni prima.

Il lascito: una donazione e una piccola sepoltura in giardino

Guggenheim donò il palazzo nel 1970 e la collezione sette anni dopo alla Solomon R. Guggenheim Foundation. Era un gesto significativo: ricongiungersi, in morte, alla grande famiglia che aveva tenuto a distanza per tutta la vita — lo zio Solomon con il suo museo di pittura non oggettiva, la cugina lontana per spirito e per stile. Ma la condizione era chiara: la collezione doveva restare a Venezia, intatta, in quel palazzo.

Peggy morì all’età di ottantuno anni il 23 dicembre 1979. Le sue ceneri riposano in un angolo del giardino del suo museo, nel luogo dove aveva sepolto anche i suoi numerosi e amati cani. Una scelta finale che racconta tutto: nessun monumento, nessuna cerimonia solenne. Solo un giardino veneziano, i suoi quadri intorno, e la compagnia silenziosa di chi l’aveva amata senza mai chiederle nulla in cambio.

La Peggy Guggenheim Collection aprì al pubblico nel 1980, un anno dopo la sua morte. Oggi è uno dei musei più visitati d’Italia, e sicuramente il più personale: non un’istituzione anonima, ma la casa di una donna che aveva scelto di vivere tra le opere che amava, e di condividerle con chiunque volesse varcare il cancello sul Canal Grande.

Libri di/su Peggy Guggenheim

Segnaliamo quattro volumi di/su Peggy Guggenheim acquistabili online su Amazon: la sua autobiografia,  una biografia scritta dall’italiano Paolo Barozzi, il catalogo di una mostra su di lei tenutasi qualche anno fa presso la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia e un libro illustrato per ragazzi.

Copertina del libro "Una vita per l'arte. Confessioni di una donna che ha amato l'arte e gli artisti", autobiografia di Peggy Guggenheim
Una vita per l’arte.
Confessioni di una donna che ha amato l’arte e gli artisti

di Peggy Guggenheim
Editore: Rizzoli (2021)
544 pagine
Copertina flessibile e rigida
Libro 'Peggy Guggenheim. Una donna, una collezione, Venezia'
Peggy Guggenheim.
Una donna, una collezione, Venezia

di Paolo Barozzi
Editore: Campanotto (2011)
112 pagine
Copertina rigida
Copertina del catalogo della mostra "Peggy Guggenheim. L'ultima dogaressa"
Peggy Guggenheim.
L’ultima dogaressa

a cura di Karole P. B. Vail e Vivien Greene
Editore: Marsilio (2020)
255 pagine
Copertina rigida
Libro 'Peggy Guggenheim. La mia vita a colori'
Peggy Guggenheim.
La mia vita a colori

di Sabina Colloredo (autrice) e Sara Not (Illustratrice)
Editore: Einaudi Ragazzi (2018)
120 pagine
Copertina rigida

Foto

Foto in alto: foto in b/n di Peggy Guggenheim, 1937.
Titolo originale: “Peggy_Guggenheim_1937”.
By Lepetitlord via Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0).
Immagine leggermente ritagliata in alto e in basso rispetto all’originale, che a sua volta è stata scansionata, rifotografata e ritoccata con Photoshop il 5 e il 6 marzo 2010

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