Biografia di Frank Lloyd Wright (Richland Center, 1867 – Phoenix, 1959), ampiamente riconosciuto come il più grande architetto americano di tutti i tempi e quello che progettò il primo dei musei Guggenheim, l’iconico Guggenheim Museum di New York.
Indice
- 1 L’infanzia nel Wisconsin
- 2 La rottura familiare e il cambio di nome
- 3 Chicago e il «lieber Meister»
- 4 Il Prairie Style: reinventare la casa americana
- 5 La fuga in Europa e la tragedia di Taliesin
- 6 L’Imperial Hotel di Tokyo: l’architetto antisismico
- 7 Il decennio buio e il grande ritorno
- 8 Fallingwater: la casa che sfida la gravità
- 9 La Taliesin Fellowship e Taliesin West
- 10 Il Guggenheim: l’ultima grande scommessa
- 11 La morte e il lascito immortale
- 12 Foto
L’infanzia nel Wisconsin
Frank Lloyd Wright nacque l’8 giugno 1867 a Richland Center, Wisconsin, figlio di William Carey Wright, predicatore e musicista, e di Anna Lloyd Jones, insegnante appartenente a una grande famiglia gallese che si era stanziata nella valle vicino a Spring Green, nel Wisconsin. Il padre portava con sé il talento per la musica — in particolare per Bach — e un temperamento autoritario e distante che il figlio avrebbe imparato sia ad ammirare che a rifiutare. La madre, al contrario, era una presenza fortissima e visionaria: Anna era figlia di un infuocato predicatore unitariano emigrato dal Galles in cerca di una libertà che la sua terra non gli concedeva più, e fin dalla gravidanza aveva dichiarato che il suo primogenito sarebbe cresciuto a costruire edifici belli. A questo scopo aveva appeso incisioni di cattedrali inglesi nella sua camera.
Non fu solo un atto simbolico. Anna, visitando la Mostra del Centenario di Filadelfia nel 1876, vide un’esposizione di cubi in legno sviluppati da Friedrich Froebel, il pedagogo tedesco inventore del giardino d’infanzia. Li acquistò, e il giovane Frank trascorse molte ore a giocare con quei blocchi geometrici, assemblandoli per creare forme tridimensionali. Il futuro architetto delle prairie stava già costruendo città immaginarie sul pavimento di casa.
L’infanzia di Wright fu nomade: il padre si spostava da un incarico pastorale all’altro tra Rhode Island, Iowa e Massachusetts, prima di stabilirsi definitivamente a Madison, nel Wisconsin, nel 1878. Quegli anni di movimento continuo, alternati alle estati trascorse nella valle di Spring Green tra i parenti materni, forgiarono in Wright un attaccamento quasi viscerale alla terra del Wisconsin — ai suoi colli, ai boschi, alle stagioni che trasformavano il paesaggio. Era un paesaggio che avrebbe portato con sé per sempre, anche quando costruì in Giappone, in Pennsylvania, nel deserto dell’Arizona.
La rottura familiare e il cambio di nome
I genitori di Wright avevano originariamente chiamato il figlio Frank Lincoln Wright, ma il nome fu modificato in seguito alla loro separazione. Una volta compiuti i quattordici anni, Frank cambiò il suo secondo nome da Lincoln a Lloyd, in onore della famiglia materna, i Lloyd Jones. Era un gesto di fedeltà e di appartenenza: il padre era uscito dalla sua vita, e lui scelse di portare nel proprio nome il lignaggio di chi era rimasto.
I genitori divorziarono nel 1885, rendendo la già difficile situazione finanziaria ancora più precaria. Per contribuire al sostentamento della famiglia, il diciottenne Frank Lloyd Wright lavorò per il preside del dipartimento di ingegneria dell’Università del Wisconsin, frequentando al contempo l’ateneo come studente. Ma sapeva già di voler fare l’architetto.
Chicago e il «lieber Meister»
Nel 1887 lasciò Madison per Chicago, dove trovò lavoro presso due diversi studi prima di essere assunto dalla prestigiosa partnership Adler & Sullivan, lavorando direttamente alle dipendenze di Louis Sullivan per sei anni. Fu un apprendistato che lo plasmò nel profondo.
Sotto la guida di Sullivan, che Wright avrebbe sempre chiamato «lieber Meister» — caro maestro, in tedesco — egli abbracciò e ampliò il celebre assioma del mentore, «la forma segue la funzione». Wright non si limitò ad assorbire quella lezione: la trasformò in qualcosa di più radicale, arrivando all’affermazione che «forma e funzione sono una cosa sola» — non un rapporto di causa ed effetto, ma un’unità inscindibile.
Wright divenne infine il capo disegnatore di Sullivan, gestendo i progetti residenziali dello studio. Mentre lavorava per Sullivan, sposò Catherine Tobin e i due si trasferirono a Oak Park, Illinois. Nel 1893 Sullivan scoprì che Wright stava accettando commissioni private sotto il suo nome mentre era ancora suo dipendente — uno dei suoi edifici «clandestini» si trovava a pochi isolati dalla casa di Sullivan a Chicago, e il mentore riconobbe immediatamente lo stile inconfondibile dell’allievo. Lo accusò di violazione del contratto e i due si separarono amaramente, mettendo fine a un rapporto che era stato tanto professionale quanto umano.
Il Prairie Style: reinventare la casa americana
Libero dal legame con Sullivan, Wright aprì il proprio studio e iniziò a sviluppare quello che sarebbe diventato il suo contributo più riconoscibile al primo periodo della sua carriera: lo stile Prairie. Ispirandosi all’insegnamento di Sullivan, gli architetti della Prairie School cercavano di creare una nuova architettura democratica, libera dai vincoli degli stili europei e adatta a un moderno modo di vivere americano.
Le Prairie house erano radicalmente diverse dalle popolari case vittoriane dell’epoca e si rivolgevano alle classi medio-alte in un periodo di fermento urbano. Fornendo uno spazio sicuro, privato e riparato, strettamente legato al paesaggio naturale locale, Wright credeva che queste case unissero «uomo, natura e architettura». Le linee orizzontali marcate, i tetti bassi, i grandi aggetti e gli spazi interni aperti e comunicanti erano una risposta architettonica alla vastità piatta delle pianure del Midwest — un paesaggio che Wright aveva assorbito nell’infanzia e che ora restituiva in pietra, legno e vetro.
La fuga in Europa e la tragedia di Taliesin
Il successo professionale del primo decennio del Novecento, con più di 140 case ed edifici realizzati, non si tradusse in una vita privata serena. Nel 1909, come aveva fatto suo padre prima di lui, Wright abbandonò moglie e famiglia e viaggiò in Europa con Mamah Borthwick Cheney, moglie di un ex cliente. Lo scandalo fu enorme, ma Wright e Mamah lo affrontarono dall’estero, dove la sua fama architettonica li proteggeva in parte dal giudizio pubblico americano.
Nel 1913 Wright e Cheney tornarono negli Stati Uniti, e Wright progettò per loro una casa sulla terra dei suoi antenati materni a Spring Green, Wisconsin. La chiamò Taliesin, che in gallese significa «fronte splendente». Era uno dei lavori più acclamati della sua vita — e sarebbe durato poco. Il 15 agosto del 1914, mentre Wright era a Chicago per lavoro, un dipendente domestico uccise con un’accetta Mamah, i suoi due figli e altri quattro presenti e diede fuoco a Taliesin. Emotivamente e spiritualmente devastato dalla tragedia, Wright trovò conforto solo nel lavoro, e iniziò immediatamente a ricostruire Taliesin in memoria di Mamah.
L’Imperial Hotel di Tokyo: l’architetto antisismico
L’anno seguente, nel 1915, l’imperatore giapponese commissionò a Wright la progettazione dell’Imperial Hotel di Tokyo. Wright trascorse i sette anni successivi su quel progetto. La sfida principale era il rischio sismico: Wright concepì una struttura a sezioni indipendenti, capace di assorbire le scosse del terreno senza crollare. Solo un anno dopo il completamento dell’hotel, il Grande Terremoto Kanto del 1923 devastò la città, mettendo alla prova le sue affermazioni. L’Imperial Hotel fu l’unica grande struttura della città a sopravvivere al sisma intatta. Era una conferma straordinaria del suo approccio strutturale — e il momento in cui la sua reputazione rimbalzò ben oltre i confini americani.
Il decennio buio e il grande ritorno
Gli anni tra il 1922 e il 1934 furono, come li definì la Frank Lloyd Wright Foundation, tanto creativi quanto fiscalmente catastrofici. Salvo le quattro textile block house costruite a Los Angeles nel 1923 e nel 1924 (case costruite con un innovativo sistema a blocchi di calcestruzzo intessuti, decorati e prefabbricati), Wright ricevette pochissime commissioni.
Con le commissioni architettoniche quasi azzerate nei primi anni Trenta a causa della Grande Depressione, Wright si dedicò alla scrittura e all’insegnamento. Nel 1932 pubblicò An Autobiography e The Disappearing City, entrambi destinati a diventare pietre miliari della letteratura architettonica. The Disappearing City introduceva la sua utopica visione di Broadacre City — una proposta per decentralizzare la città dissolvendola nel territorio — che avrebbe influenzato in modo imprevedibile lo sviluppo urbano americano dei decenni successivi.
Nel 1936 Wright dimostrò di essere tutt’altro che un architetto del passato: riemerse con diverse importanti commissioni, tra cui l’edificio amministrativo della S.C. Johnson & Son Company a Racine, Wisconsin; Fallingwater, la casa di campagna per Edgar Kaufmann in Pennsylvania; e la Herbert Jacobs House, la prima casa «usoniana» (Usonian house) eseguita, a Madison.
Fallingwater: la casa che sfida la gravità
Fallingwater (Casa sulla cascata), o Casa Kaufmann, rimane il suo capolavoro più citato e più fotografato. Progettata nel 1935 per la famiglia Kaufmann, la casa è sospesa direttamente sopra una cascata, integrando la struttura col paesaggio circostante. Non accanto alla cascata: sopra di essa, con le terrazze aggettanti che si slanciano sul vuoto come se volessero incontrare l’acqua. Le pietre del pavimento interno erano estratte direttamente dal sito; il cemento, il legno e la roccia si fondevano in una continuità tra interno ed esterno che incarnava perfettamente la sua filosofia.
Alla sua morte, nel 1963, Edgar Kaufmann affidò Fallingwater, il terreno circostante e 500.000 dollari per la conservazione della casa alla Western Pennsylvania Conservancy, un’organizzazione privata non profit dedicata alla tutela del territorio.

La Taliesin Fellowship e Taliesin West
Nel 1932, insieme alla terza moglie Olgivanna, Wright fondò la Taliesin Fellowship. Era una comunità di apprendisti e delle loro famiglie che vivevano, lavoravano e studiavano con Wright prima a Taliesin nel Wisconsin e in seguito anche a Taliesin West in Arizona. Il programma offriva un ambiente di apprendimento totale che integrava non solo architettura e costruzione, ma anche agricoltura, giardinaggio e cucina, oltre allo studio della natura, della musica, dell’arte e della danza.
A partire dal 1938, Wright e i suoi apprendisti costruirono un campo invernale — una casa e uno studio professionale — ai piedi delle McDowell Mountains in Arizona. Strettamente connesso al deserto da cui fu ricavato, Taliesin West possiede una grandiosità quasi preistorica. Fu costruito e mantenuto quasi interamente da Wright e dai suoi apprendisti. Per le pareti usava la «desert masonry»: pietre del luogo inserite in casseforme e legate con cemento e sabbia del deserto, un materiale che non imponeva la propria presenza sul paesaggio ma ne era una propaggine naturale.
Il Guggenheim: l’ultima grande scommessa
Nel giugno del 1943, Wright ricevette una lettera che avviò la commissione più importante e impegnativa della sua carriera tarda: la Baronessa Hilla von Rebay gli scrisse chiedendogli di progettare un edificio per ospitare la collezione di dipinti non oggettivi di Solomon R. Guggenheim. Wright rispose con entusiasmo, senza immaginare la quantità di tempo ed energia che quel progetto avrebbe consumato prima del suo completamento, sedici anni dopo.
Il progetto passò attraverso due direttori e sei completi set di disegni esecutivi prima che i lavori iniziassero, tredici anni dopo, nel 1956. Il museo fu inaugurato nell’ottobre del 1959, sei mesi dopo la morte di Wright all’età di 91 anni. Né Guggenheim né il suo architetto videro mai l’edificio terminato — un destino condiviso che lega i due uomini in modo quasi simbolico.

La morte e il lascito immortale
Frank Lloyd Wright morì il 9 aprile 1959 a Phoenix, in Arizona. Aveva 91 anni e stava ancora lavorando fino all’ultimo — il suo studio era pieno di progetti in corso.
Nel 1949 gli era stata assegnata la Medaglia d’Oro dell’American Institute of Architects. Nel 1991, l’AIA lo nominò il più grande architetto americano di tutti i tempi. Nel 2019, otto progetti di Frank Lloyd Wright furono dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, rappresentando l’unica architettura moderna americana nella prestigiosa lista.
Wright aveva progettato oltre 1.100 edifici nel corso della sua carriera, quasi la metà dei quali costruiti in vita. Ma il suo lascito va oltre i numeri: aveva dimostrato che l’architettura americana non doveva copiare l’Europa per essere grande, che la natura poteva essere integrata nella struttura e non soltanto guardata dalla finestra, e che un edificio ben progettato aveva il potere di cambiare la vita di chi lo abitava. Come scrisse egli stesso:
Il buon edificio non è quello che danneggia il paesaggio, ma quello che rende il paesaggio più bello di quanto non fosse prima che l’edificio venisse costruito.
Foto
Foto in alto: fotoritratto di Frank Lloyd Wright, 1954.
Titolo originale: “Portrait photograph of Frank Lloyd Wright”.
By New York World-Telegram and the Sun staff photographer: Al Ravenna via Wikimedia Commons (pubblico dominio)