Hilla Rebay
La baronessa che ideò il Guggenheim

Foto di Hilla von Rebay

Biografia di Hilla Rebay (Strasburgo, 1890 – Green Farms 1967), la figura che ispirò profondamente Solomon R. Guggenheim e senza la quale non sarebbe mai nato il Guggenheim Museum di New York.

Origini aristocratiche tra due culture

Hildegard Anna Augusta Elisabeth Rebay von Ehrenwiesen nacque il 31 maggio 1890 a Strasburgo, allora parte del territorio imperiale dell’Alsazia, figlia del Barone Franz Joseph Rebay, ufficiale dell’esercito prussiano, e di Antonie von Eicken. La sua era una famiglia radicata in quella zona di confine tra Germania e Francia che per secoli era stata contesa e che plasmava nei suoi abitanti una doppia identità culturale — tedesca per lingua e tradizione militare, ma aperta alle influenze dell’Europa occidentale.

L’ambiente familiare era intriso di sensibilità artistica: la madre era cresciuta circondata dall’arte grazie al nonno materno, che possedeva un’importante collezione, e quando Hilla era ancora bambina a Strasburgo la famiglia frequentava pittori e artisti. Questo retroterra non era un lusso decorativo: era il terreno da cui sarebbe germogliata un’intera visione del mondo.

Formazione tra Colonia, Parigi e Monaco

Rebay sviluppò un notevole talento artistico fin da giovane e, con il sostegno dei genitori, si iscrisse alla Kunstgewerbeschule di Colonia e poi all’Académie Julian di Parigi, prima di proseguire verso Monaco. L’Académie Julian era allora una delle scuole d’arte più innovative d’Europa, aperta alle donne in un’epoca in cui molte istituzioni accademiche le escludevano ancora.

Quando nell’autunno del 1912 tornò a Parigi, entrò rapidamente in una rete di artisti, mercanti e collezionisti grazie all’intervento di Félix Fénéon, critico d’arte e direttore artistico della Galerie Bernheim-Jeune. Fénéon era una figura seminale nell’avanguardia europea: amico di Seurat, sostenitore del puntinismo e poi dell’arte moderna in tutte le sue declinazioni. Per la giovane Rebay, quell’accesso al circuito parigino valeva più di anni di studio accademico.

La guerra, Zurigo e l’incontro con l’astrazione

Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale disperse gli artisti d’avanguardia attraverso l’Europa. Durante la guerra Rebay continuò a spostarsi tra città e paesi diversi. Alla fine del 1915 viaggiò verso Zurigo, dove incontrò l’artista Hans (Jean) Arp, attraverso il quale venne in contatto con le opere recenti di Vasilij Kandinskij, Paul Klee e Franz Marc.

Questo incontro fu una svolta radicale. Arp le regalò una copia del trattato fondamentale di Kandinskij Lo spirituale nell’arte e dell’almanacco Der Blaue Reiter (Il Cavaliere Azzurro), entrambi pubblicati nel 1912, e la introdusse al movimento Dada di Zurigo e a Herwarth Walden, fondatore della famosa galleria Der Sturm di Berlino. Quei testi avrebbero nutrito per sempre la sua filosofia artistica: l’idea che la pittura astratta non fosse una sottrazione del mondo visibile ma l’espressione di forze spirituali più profonde.

Rudolf Bauer e Berlino: l’arte come missione

Fu nel 1917, alla Galerie Der Sturm, che Rebay incontrò Rudolf Bauer, con cui iniziò una lunga relazione che avrebbe profondamente segnato sia la sua vita emotiva che la sua evoluzione come artista e consigliera d’arte. Bauer era un pittore astratto di grande talento e temperamento difficile, convinto — come Rebay — che l’arte non oggettiva fosse una forma di conoscenza superiore.

Rebay si trasferì a Berlino nel maggio 1918, dove espose alla Berlin Secession, alla Freie Secession e al Novembergruppe — i principali circoli dell’avanguardia tedesca postbellica. Era ormai una presenza riconosciuta nell’ecosistema dell’arte moderna europea, non una semplice allieva ma una protagonista.

Il salto verso l’America

Nel gennaio 1927 Rebay emigrò negli Stati Uniti, stabilendosi a New York City. Come molti artisti europei che approdavano nella metropoli americana, dovette costruirsi da zero la sua rete di relazioni e la sua sopravvivenza economica. Si sistemò in uno studio nell’edificio Carnegie Hall che avrebbe mantenuto fino al 1953, sostenendosi dipingendo ritratti per i membri dell’alta società newyorchese. Era una strada pragmatica — l’arte commerciale come viatico per l’arte pura — ma le permise di inserirsi nei circoli più esclusivi della città.

Il ritratto che cambiò tutto: l’incontro con Guggenheim

Nell’ottobre 1928 Solomon Guggenheim commissionò a Rebay un suo ritratto. Durante le sedute di posa, Rebay condivise con lui le proprie idee sull’arte non oggettiva e lo incoraggiò a iniziare una collezione. Guggenheim era un uomo di quasi settant’anni, ricchissimo e già ritirato dagli affari, alla ricerca di un nuovo significato per la sua energia e il suo patrimonio. Rebay capì che quello era il momento e la persona giusti.

Quando Guggenheim le chiese di ritrarlo, colse l’occasione per spingerlo a collezionare arte non oggettiva, in particolare le opere di Vasilij Kandinskij e Rudolf Bauer, che lei definiva “l’arte di domani”. Non era una semplice consulenza estetica: era la trasmissione di una visione filosofica del mondo.



Breve video di Hilla Rebay che visita il Met (1941 ca.), forse girato dallo stesso Solomon R. Guggenheim.
Video pubblicato sul canale YouTube ufficiale del Guggenheim Museum.

Costruire la collezione: i viaggi europei

Guggenheim affidò a Rebay il compito di acquistare opere per lui durante i suoi frequenti viaggi in Europa. Lei si affidò all’aiuto di Bauer per acquisire opere in Germania, mentre sviluppava i propri contatti a Parigi grazie alla preesistente relazione con l’artista Albert Gleizes e con Fénéon, che l’aiutarono a costruire una solida rete artistica. Attraverso di loro stabilì contatti con Marc Chagall, Robert Delaunay, Fernand Léger, László Moholy-Nagy e Piet Mondrian.

Era un lavoro da talent scout e diplomatica dell’arte insieme. Rebay non si limitava ad acquistare: orientava il gusto del committente, curava i rapporti con gli artisti, costruiva narrativa attorno alle opere. Nel 1937, anno in cui i nazisti esposero l’arte “degenerata” confiscata a Bauer, Chagall, Klee, Kandinskij e Moholy-Nagy, la collezione Guggenheim contava già circa 400 opere.

La filosofia dell’«arte non oggettiva»

Il termine stesso era una sua invenzione concettuale. Rebay fu tra i primi artisti a usare il termine “non oggettivo” per descrivere l’arte astratta che lei e i suoi colleghi stavano creando. Ne fece la missione della sua vita educare altri sull’importanza di questo movimento. La distinzione rispetto all'”astratto” non era solo semantica: per Rebay, l’arte non oggettiva non era una semplificazione del reale ma una forma d’accesso a una dimensione spirituale autonoma, ispirata anche alle teorie teosofico-spirituali che circolavano nell’avanguardia europea dell’epoca.

Il Museo di Pittura Non-Oggettiva e la direzione

Il primo giugno 1939 aprì la prima mostra del Museo di Pittura Non-Oggettiva, intitolata Art of Tomorrow, negli spazi del numero 24 della 54ª Strada Est. Rebay ne era la direttrice — una posizione che ricopriva con un’autorità che si estendeva ben oltre la semplice gestione espositiva. L’atmosfera del museo, con le pareti rivestite di velluto grigio, la moquette soffice e la musica classica in sottofondo, rifletteva la sua convinzione che l’esperienza dell’arte non oggettiva dovesse essere quasi meditativa.

Nel corso degli anni Rebay introdusse al pubblico americano artisti moderni come Piet Mondrian, Theo van Doesburg, Georges Vantongerloo, László Moholy-Nagy, Klee, Chagall e Kandinskij. Considerata autoritaria, fu tuttavia una mentore per molti giovani artisti, contribuendo con denaro per i loro materiali ed esponendo i loro lavori; tra gli altri sostenne Perle Fine, Jackson Pollock e Rudolf Bauer per diversi anni.

La lettera a Frank Lloyd Wright: “voglio un tempio dello spirito”

Il momento più audace — e più rivelatore del suo carattere — fu quando, nel giugno 1943, scrisse a Frank Lloyd Wright per affidargli la progettazione del futuro museo permanente. Gli scrisse il 1° giugno 1943: “Ho bisogno di un combattente, di un amante dello spazio, di un originatore, di un sperimentatore e di un uomo saggio. Voglio un tempio dello spirito, un monumento! E il tuo aiuto per renderlo possibile… possa questo desiderio essere benedetto.”

Wright pensava di avere a che fare con un uomo quando lesse quella lettera, e invitò “Mr. Rebay” a “scendere per un weekend” a Taliesin portando sua moglie. Lei gli spiegò per risposta: “Il signor Guggenheim ha 82 anni e non abbiamo tempo da perdere.” Come cittadina tedesca era inoltre soggetta a restrizioni di viaggio in tempo di guerra. Quindici giorni dopo, il contratto era firmato.

Fu proprio Rebay la responsabile di convincere Frank Lloyd Wright a progettare il nuovo “tempio” dell’arte sulla Quinta Avenue. Senza di lei, il Guggenheim che conosciamo oggi probabilmente non esisterebbe.

La caduta: allontanamento e oblio

La morte di Guggenheim nel 1949 privò Rebay del suo principale alleato e protettore. Entro il 1952 Rebay si dimise dal suo ruolo di direttrice del museo a causa di problemi di salute e conflitti con i trustees del museo riguardo alla sua visione. Era stata troppo identificata con la personalità di Guggenheim, troppo intransigente nelle sue posizioni artistiche, troppo difficile da gestire per un’istituzione che stava cambiando pelle.

Quando il museo fu completato, Rebay non fu invitata all’inaugurazione. Non mise mai piede nel museo che aveva contribuito a creare. Amareggiata, si ritirò dalla vita pubblica e trascorse gli ultimi anni nella sua tenuta a Westport, nel Connecticut. Era la fine crudele di una storia di dedizione totale: l’architetta di una delle istituzioni culturali più celebri del mondo, esclusa dalla cerimonia della sua apertura.

L’eredità postuma

Alla sua morte, avvenuta nel 1967, una parte della sua collezione personale fu donata al Solomon R. Guggenheim Museum come Hilla Rebay Collection.

Nel 2005 il Guggenheim le dedicò una grande mostra retrospettiva intitolata Art of Tomorrow: Hilla Rebay and Solomon R. Guggenheim, quasi 40 anni dopo la sua morte. Un riconoscimento tardivo ma significativo — la conferma che senza quella baronessa alsaziana, ostinata e visionaria, il Guggenheim non sarebbe mai diventato ciò che è.


Copertina del catalogo

Art of Tomorrow:
Hilla Rebay and Solomon R. Guggenheim

di aa.vv.
Editore: Solomon R Guggenheim Museum (2005)
300 pagine
Copertina rigida
Ediz. inglese


Come ha osservato la direttrice del museo Karole Vail, la reputazione di Rebay come sostenitrice dell’arte non oggettiva e direttrice fondatrice ha oscurato i suoi risultati come artista, ma il suo lavoro elaborato e avventuroso fornisce chiara evidenza che era un’artista originale con una voce singolare e un’insolita libertà espressiva.

Per approfondire

Foto

Foto in alto:
foto in b/n di Hilla von Rebay scattata nel 1924 da László Moholy-Nagy.
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